giovedì 31 marzo 2016

Leadership e cultura del "non progetto" (Marco Emanuele, Formiche)

Siamo nel pieno di una esasperata personalizzazione della politica, carente di contenuti e di visioni storiche. Il mondo a-polare toglie progressivamente senso al pensare e all'agire politici, limitandoli a esistere in una fotografia dell' "eterno presente" globalizzato.

Se guardiamo all'Italia, le leadership politiche del terzo millennio in molti casi nascono nel contesto di una democrazia 2.0 e si consolidano soprattutto grazie alla loro capacità di comunicare che, se è necessaria, non può sacrificare la profondità dei contenuti; il messaggio non basta a fare la storia.

Avvertiamo la fragilità dei leader "social" nella dominante cultura del "non progetto"; i "segni dei tempi" non compresi e non meditati rischiano di travolgere le "presunte" leadership, e con esse i cittadini che non conoscono più il senso di cittadinanza e la responsabilità storica per la democrazia.

Non voglio essere pessimista, anzi; penso che sia necessario ripensare il concetto stesso di "leadership" e quello di "classi dirigenti" che, a ben guardare, rappresentano la necessità di una organizzazione sistemica, per quanto adeguata al tempo della "società liquida", dei sistemi-Paese.

E' cambiato il mondo ma non sono cambiate le esigenze profonde, e naturali, delle persone e delle comunità umane; persistono le domande fondamentali e, nel momento in cui ci limitiamo a dare risposte, dovremmo ricominciare a farcele.

http://formiche.net/2016/03/31/leadership-e-cultura-del-non-progetto/

mercoledì 30 marzo 2016

Bye bye '900 ? (Marco Emanuele, Formiche)

In tanti, volentieri, salutiamo il '900. E' cambiato il mondo, sono cambiati i rapporti di forza, il mondo si è fatto uno e globalizzato e, al contempo, a-polare. Che dire ? E' finito il tempo delle ideologie (qui intendendo la parola in senso deteriore ma non credendo io che la parola sia "naturalmente" negativa) o, semplicemente, si sono sostituite ideologie a ideologie (cos'è la competizione esasperata) ? Non mancano, nel terzo millennio del "niente politico", strategie dominanti, anzi. Esistiamo immersi in quello che definisco "progetto del non progetto"; corriamo, competiamo, orfani delle complessità dei mondi-della-vita che, val bene ricordarlo, sono anche le nostre.

Ciò che manca è un talento della Conoscenza adeguato alla realtà del mondo di oggi, capace di comprendere i "segni dei tempi" e di interpretarli. Ciò che manca, nel comprendere le profondità dei passaggi storici, è la risposta alla domanda "che fare ?"; ed è una domanda tutta politica che chiede una risposta altrettanto politica. Nel "niente politico", il prezzo più alto lo paga la libertà che, per quanto mi riguarda, ha senso solo se è intesa come liberazione; nel mondo globalizzato, infatti, o ci liberiamo insieme o siamo tutti schiavi, anche se siamo convinti di essere liberi e sviluppati.

La nostra libertà, nel terzo millennio, deve cominciare dove comincia quella dell'altro. La libertà globale è un processo circolare, di reciproca costruzione responsabile e progettuale, di condivisione di un "fine" comune, quello della liberazione del progetto dell'intera ed unica umanità nel creato.

La democrazia 2.0, ciò che nega il senso democratico per il quale intere generazioni hanno combattuto e hanno perso la vita, è una "maschera retorica", è fumo negli occhi; dobbiamo ritornare a porre la persona umana (e ogni persona umana) al centro del dibattito pubblico.

Bye bye '900, dunque, se almeno sapessimo dove stiamo andando.

http://formiche.net/2016/03/30/bye-bye-900/

Conoscenza e azione politica (Marco Emanuele, Formiche)

Dobbiamo ri-accogliere la nostra incertezza per ri-trovarci umani. Se alziamo il palcoscenico della storia vediamo crescere l'in-differenza (non accoglimento e non valorizzazione delle differenze del mosaico umano nel creato), la rassegnazione e il disagio: eppure esistiamo nella certezza di noi e delle nostre convinzioni globalizzate, elevate a presunte "verità non discutibili".

E' venuto il tempo di problematizzare le nostre certezze, recuperando il senso globale della Conoscenza e dell'azione politica. Conoscere è immergersi nelle contraddizioni dei mondi-della-vita, re-integrando ciò che è disperso, cercando il conoscibile nel conosciuto, innovando nel rompere gli schemi consolidati; agire politicamente è maturare e consolidare visioni di convivenza, cogliere e accogliere i "segni dei tempi", adattarsi ai cambiamenti generandoli e ri-generandoci in essi.

Conoscere e agire politicamente sono i tratti "profondamente naturali" dell'essere persone umane. Se allarghiamo il nostro sguardo alla realtà, scopriamo che continuamente "tradiamo" la nostra natura, riducendo la Conoscenza a informazione (siamo molto informati ma non Conosciamo) e l'azione politica (mediazione dei rapporti di forza e degli interessi particolari e valorizzazione/liberazione di ogni progetto umano nel progetto comune e complesso dell' "umanità - bene comune") a semplicistico compromesso competitivo.

Rimettere la persona umana al centro del dibattito pubblico è sempre più necessario e urgente.

http://formiche.net/2016/03/30/conoscenza-e-azione-politica/

martedì 29 marzo 2016

Ritrovare l'incertezza è un segno di civiltà (Marco Emanuele, Formiche)

La complessità della persona umana ci sconvolge e ci sorprende. Grazie ad essa, infatti, veniamo naturalmente trascinati nell'incertezza della nostra condizione umana; l'incertezza ci appartiene e ci rende soggetti-in-ricerca, imperfetti nella tensione "a divenire".

Può apparire stravagante parlare di persona umana nell'epoca del post-umano e del disumano, eppure è necessario. Ho l'impressione che occorra ripensare profondamente ciò che siamo, mondi di relazione, mondi nel mondo. Porre la persona umana, e ogni persona umana, al centro del dibattito pubblico significa "problematizzare" il sistema dominante nel quale siamo immersi, ritrovando un senso globale per la globalizzazione solo tecnocratica e senz'anima politica. Ciò che dovrebbe essere "servizio" alla realizzazione integrale della persona umana (le istituzioni, il mercato, le università) rischia di trasformarsi in un modello solo lineare e incapace di cogliere le infinite sfumature, informalità, transizioni della realtà; si è creato un solco di separazione tra le "élite" e i mondi-della-vita, di fatto annullando quella partecipazione alla storia che ci riguarda in quanto persone-soggetti di responsabilità.

Va da sé che, nella globalizzazione attuale, la mancanza di visioni condivise porta a una sua "non sostenibilità" sul medio-lungo termine e scatena, come vediamo, reazioni incontrollate e incontrollabili e minacce asimmetriche che riusciamo sempre meno a governare. Usiamo la parola "sviluppo" per giustificare un sistema globalizzato che, pur nelle migliori intenzioni, si sta rivelando, nei vari ambiti della convivenza umana, fragile ed "esterno" ai processi storici vitali; esistiamo (non viviamo) come prigionieri in un "eterno presente" che ci fa girare a vuoto nella paura degenerante, sempre più desiderosi di sicurezza e sempre meno attenti all'esigenza fondamentale della libertà come liberazione.

Ritrovare l'incertezza è un segno di civiltà; in essa, infatti, siamo profondamente noi, portatori del bene e del male, ciascuno evidenza storica delle infinite differenze del mosaico umano nel creato, bisognosi e capaci di "progetto umano". La certezza della certezza, caratteristica del nostro "eterno presente", ci lascia soli, illusoriamente auto-referenziali, precari.

http://formiche.net/2016/03/30/ritrovare-lincertezza-e-un-segno-di-civilta/





lunedì 28 marzo 2016

La "persona umana" al centro (Marco Emanuele, Formiche)

Penso che, nel mondo di oggi, i veri intellettuali siano coloro che hanno un "senso globale" della vita e che relativizzano e contestualizzano; il che significa avere il senso della storia e di ogni storia e ritrovare il senso della storia in ogni storia.

Senza pretendere di portare prove, ma proponendo "sensazioni ragionate", azzardo nel dire che il mondo sembra sempre più popolato da "non persone"; lo sono coloro che non hanno voce (gli ultimi, i dimenticati), ma anche quanti esistono (non vivono) sotto i riflettori accecanti di una globalizzazione solo tecnocratica. Sia gli uni che gli altri sono in qualche modo "oppressi"; i primi da un evidente stato di necessità materiale, gli altri da un qualcosa che viene venduto come libertà ma che in realtà è molto spesso, e semplicisticamente, il frutto discutibile del potentissimo "regno dell'immaginario".

Le "non persone" appartengono a differenti classi sociali, sono trasversali; proprio in ragione del loro essere diventate "maggioranza" dell'umanità, avverto come fondamentale rimettere al centro del dibattito pubblico la "persona umana" e la sua complessità. La maggioranza di "non persone" ci chiama a una nuova responsabilità, nuova nel senso del necessario, e urgente, ritorno alla responsabilità.

La poca fortuna che, nel mondo di oggi, ha il concetto di "persona umana" si spiega con il fatto che guardare alla persona significa fare uno sforzo ulteriore, significa che la politica deve fare i conti con ciò che sembra avere dimenticato: l'importanza di avere un "fine", un senso, una naturale centralità. Infatti, se consideriamo la politica come l'attività fondamentale fra le attività umane, a cosa dovrebbe essere finalizzata se non allo sviluppo integrale della persona umana e di ogni persona umana ?

Questo ragionamento, almeno a chi scrive, apre un mondo di riflessioni e non è limitabile a un semplice ammonimento; parlare di "persona umana" in termini strategici significa guardare a un "progetto di civiltà" nell'era dell'inciviltà, della barbarie, del trionfo del disumano. E tutto questo avviene nel mondo iper-connesso, in un contesto nel quale - allo stesso tempo - arriviamo ovunque con un click ma non riusciamo più a "frequentare" le profondità dei mondi-della-vita. Da questo paradosso, frutto delle nostre stesse scelte, credo che sia importante ripartire.

Pensiero di relatività - pensiero sistemico (Marco Emanuele, Formiche)

Il pensiero di relatività è pensiero complesso; come possiamo integrare le differenze che compongono il mosaico dell'umano se non "relativizzando" reciprocamente ciò che siamo ? La relatività ci aiuta a vedere i nostri limiti, a distoglierci dalla tentazione dell'onnipotenza e a farci ri-trovare nella nostra naturale incertezza; e non è poco, in un tempo nel quale l'idea totalitaria sembra godere di ottima salute.

E' interessante notare, nella diffusa ignoranza dell'utilizzare termini omnicomprensivi (Occidente, Islam, come se corrispondessero alla realtà), come noi-umanità esistiamo in un evidentissimo paradosso: infatti, rischiamo di essere travolti dalle nostre certezze. Nessuna nega, tanto meno chi scrive, che la globalizzazione (quella che stiamo vivendo) abbia portato grandi risultati in termini di miglioramento delle condizioni di vita per milioni di persone; altresì, nessuno può negare che tale globalizzazione sia soprattutto una costruzione tecnocratica, senz'anima politica. In sostanza, abbiamo in mano uno strumento potenzialmente molto positivo mentre, in realtà, ci ritroviamo "prigionieri" di un mondo a-polare immerso in una guerra mondiale a capitoli.

Il "che fare" non ha, e non può avere, risposte semplicistiche; intanto, occorre prendere atto che nella realtà esistono soltanto sfide complesse e profondamente interrelate l'una nell'altra. Abbiamo bisogno di un pensiero di relatività che sia, al contempo, pensiero sistemico e che cerchi di re-integrare ciò che è disperso; la globalizzazione ha urgente bisogno di un senso globale.








Segni dei tempi (Marco Emanuele, Formiche)

I "testimoni scomodi" sono "minoranze responsabili", persone che comprendono la complessità di essere tali. E le persone, dotate di una ragione aperta e pur nelle loro naturali contraddizioni, colgono i "segni dei tempi", evidenza storica della dinamica verità della realtà.

Cogliere i "segni dei tempi" significa guardare dentro la realtà, e dentro ogni realtà, per guardare oltre; direi che è l'unico modo per ritrovare un senso e, conseguentemente, per maturare prospettive e visioni storiche. Proprio questo è l'handicap maggiore di quella chiamo "politica dimenticata", oblio che non ha schieramenti (come dire che li comprende tutti) ma solo condivisione del "niente".

Tra i "segni dei tempi", quello più evidente mi sembra essere il trionfo del disumano. Non c'è cura, a questa disgrazia, se non quella di ripensarci pienamente umani; infatti, non possiamo negare il male che è in noi, tanto meno la possibilità di sbagliare, ma possiamo far prevalere la nostra parte responsabile, quella che ci chiama a cooperare, a ritrovare una "sacralità diffusa" in ogni altro DI noi, a de-dogmatizzare le nostre certezze, a non far prevalere la verità (presunta) del punto di vista.

I "testimoni scomodi" sono portatori sani di quello che chiamo "pensiero della relatività"; solo facendo un passo indietro, infatti, potremmo farne mille avanti, insieme.