domenica 28 febbraio 2016

Il "giudizio" che ci portiamo dentro (Marco Emanuele)

Nella nebbiosa e profonda provincia piemontese, più di trent'anni fa, una nonna già vecchia parlava a un giovane adolescente, dicendogli: "usa il giudizio", "fai le cose con giudizio". In quella campagna triste e un pò ipocrita, la vecchia nonna trasmetteva una sorta di "verità popolare" e l'adolescente la guardava smarrito, annoiato, scocciato. Quell'adolescente ero io.

Con il passare degli anni, ho ripensato a quelle parole sul "giudizio" e l'ho interpretato come cura e senso del limite. La vecchia nonna aveva capito tutto; se abbiamo cura di non crederci onnipotenti, di non pensarci come il "bene assoluto" (una sorta di dio che nega quello vero, posto che esista) che sconfigge il male, di essere "naturalmente" incerti, il nostro comportamento non può che essere "relativo", cioè aperto all'altro, cooperativo, libero.

Mia nonna non aveva studiato filosofia ma vi possono essere anche dei "filosofi inconsapevoli".

Ci portiamo dentro il "talento del giudizio" ma, come la realtà dimostra, troppo spesso lo soffochiamo nell'altrettanto umano "pre-giudizio". Ho in mente il titolo di un giornale di qualche mese fa, "Bastardi islamici"; ci dispiace che quel giornalista non abbia avuto una nonna come la mia o, se l'ha avuta, che l'abbia "venduta" al miglior offerente. In sostanza, nell'era della competizione e del successo imminente, il "pre-giudizio" paga.

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